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Servo di Dio Anton Vovk Vescovo

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19 maggio 1900 - 7 luglio 1963

Rimase fedele alla Chiesa Cattolica romana, salvaguardando il patrimonio spirituale del popolo sloveno nel tempo della dura persecuzione comunista. Dai suoi stessi acerrimi nemici era considerato “la spina dorsale della nazione”.



Dalla Seconda Guerra mondiale fino alla nascita dello Stato Indipendente di Slovenia, nei primi anni Novanta del Novecento, il rapporto tra la Chiesa Cattolica e le autorità politiche nazionali, subordinate per più di cinquant’anni al regime comunista, è stato segnato da un forte contrasto degenerato in una vera e propria persecuzione. I fedeli cattolici sloveni, dunque, insieme ai loro principali rappresentanti, hanno provato sulla propria pelle le atrocità compiute dai governi comunisti. Come in gran parte dei paesi dell’Europa centro-orientale, anche in Slovenia, il Cattolicesimo ha rappresentato quell’ancora di salvezza a cui il popolo poteva appigliarsi per non sprofondare nella logica del terrore propria dei regimi atei fondati sulle teorie marxiste, il cui scopo era quello di liberare il popolo dall’influsso politico del clero e dai pregiudizi religiosi. Per riuscire nell’intento, dunque, l’amministrazione dello Stato doveva eliminare il Cristianesimo e i suoi rappresentanti. Cominciò così un periodo piuttosto buio per i fedeli della Chiesa Cattolica slovena, perché vennero messe in atto dal governo comunista delle strategie persecutorie che comprendevano ingiuste detenzioni, campi di lavoro, profanazione di chiese, e, infine, anche omicidi.
Tra coloro che rimasero fedeli alla Chiesa Cattolica romana e al papa, salvaguardando così il patrimonio spirituale del popolo sloveno, spicca la figura dell’arcivescovo Anton Vovk, al quale il partito comunista riconobbe di costituire insieme ad altri suoi confratelli nella fede “la spina dorsale della nazione”. Egli nacque ad Vrba, nella Slovenia settentrionale, il 19 maggio del 1900. Nella stessa casa era venuto alla luce un secolo prima il prozio France Peresen, considerato tra i maggiori  poeti sloveni. Purtroppo la sua giovinezza fu segnata da alcuni episodi molto tristi: subì, infatti, due gravi lutti in famiglia prima di arrivare al compimento dei 18 anni. A 4 anni perse il padre, a 17 la madre. Questi eventi nefasti gli permisero di scavare dentro di sé e tale esercizio di ricerca interiore lo portò a scoprire l’amore di Dio. Decise allora di intraprendere gli studi previsti per la vocazione sacerdotale. Dopo gli anni dedicati alla formazione teologica, il suo desiderio si è potuto avverare il 29 giugno del 1923, in occasione della sacra Ordinazione. Il suo ministero iniziò assumendo la funzione di vicario parrocchiale a Metlika, mentre nel 1928 venne nominato parroco di Trži?. Le eccellenti capacità di cui disponeva emersero subito: riuscì infatti, in poco tempo, a far quadrare i bilanci della parrocchia che poco prima della sua nomina a parroco versava in condizioni economiche disastrose. L’opera di risanamento non coprì solo l’ambito economico, ma si estese nel campo artistico, liturgico e sociale. Il suo operato non rimase affatto nell’anonimato tanto che a coronamento degli anni del suo lodevole servizio parrocchiale, venne nominato, il 2 settembre del 1940, canonico del capitolo cattedrale di Lubiana. Ma i riconoscimenti non si fermarono solo a questo, infatti, il vescovo di Lubiana, mons. Gregorij Rožman, aveva in mente di nominarlo anche rettore del Seminario intitolato a Friderik Baraga. Ricevette comunque tale incarico in ritardo a causa dello scoppio del Secondo Conflitto mondiale, ma lo ricoprì a tutti gli effetti il 26 luglio del 1944. La carriera ecclesiastica di mons. Vovk continuò ancora e visto l’ottimo lavoro svolto da rettore del seminario maggiore, nel 1945 venne insignito della carica di vicario generale della diocesi di Lubiana. L’anno seguente, il nunzio apostolico in Jugoslavia, Joseph Patrick Hurley, lo informò che il Santo Padre Pio XII avrebbe voluto nominarlo vescovo ausiliare. La reazione di Vovk fu di totale stupore e chiese del tempo per pensarci su e per pregare: «Uscito dalla stanza commosso e sconvolto, mi sono diretto verso la Cattedrale e mi sono inginocchiato davanti all’altare di Nostra Signora Maria Ausiliatrice di Brezje per prendere una decisione [...], e proprio lì davanti ho pronunciato queste parole: si compia la volontà di Dio e la volontà della Chiesa». Gli vennero affidate oltre alla reggenza della diocesi di Lubiana, l’amministrazione apostolica di parte del territorio della diocesi di Rijeka-Fiume e parte del territorio della diocesi di Trst-Koper (Trieste-Capodistria). Scelse come motto episcopale l’espressione “In Domino confido” e proprio la fiducia in Dio si rivelerà fondamentale per far fronte alle minacce e alle persecuzioni che avrebbe subito da quel momento in poi. Le autorità statali, infatti, gli fecero da subito intendere che non lo avrebbero mai riconosciuto nelle sue funzioni di vicario generale e di vescovo. Per imporre l’ateismo di Stato, il regime comunista utilizzò tutti gli strumenti possibili al fine di eliminare la dimensione religiosa dal cuore e dalla mente del popolo. «L’insegnamento della religione venne dapprima ostacolato, nel senso che le necessarie concessioni per le scuole o non venivano conferite o venivano conferite solo verso la fine dell’anno scolastico: poi, nel 1952, tale insegnamento venne assolutamente proibito».
Il governo comunista alla fine della Seconda Guerra mondiale accusò di collaborazionismo con gli occupanti nazifascisti i rappresentanti del clero, considerandoli come traditori del popolo sloveno. Per loro si aprirono le porte dei campi di lavoro e delle prigioni. Dal 1945 al 1952, trovarono la morte 177 membri della Chiesa Cattolica slovena, tra sacerdoti e seminaristi. Mons. Vovk per fronteggiare questo clima ostile verso la comunità ecclesiale, sottoscrisse insieme al vescovo di Maribor Josip Tomaži? e al vicario generale del territorio d’Oltremura Ivan Jeri? una lettera pastorale indirizzata a Tito, nella quale venivano denunciati i crimini contro la Chiesa Cattolica e venivano inoltre rivendicati i diritti alla libertà religiosa, alla libera attività delle istituzioni caritative, al rispetto del matrimonio religioso e, in generale, la tutela dei diritti umani.
Le critiche di Vovk infastidirono non poco i rappresentanti del governo iugoslavo i quali iniziarono a nutrire un profondo astio verso questo pastore della Chiesa. Tale forma di rancore degenerò ben presto in una vera e propria persecuzione attuata soprattutto dalla polizia segreta nazionale l’UDBA od OZNA. Numerose furono le metodologie attuate da questo organo politico contro il vescovo Vovk al fine di intimorirlo: pedinamenti durante le visite pastorali o le celebrazioni delle Cresime, il controllo delle omelie, interrogatori e maltrattamenti verso i presbiteri a lui vicini, perquisizioni nel palazzo vescovile, controllo della posta in entrata e in uscita dallo stesso e, infine, tentativi di eliminazione fisica. Numerosi furono infatti gli episodi in cui Vovk ha rischiato la vita: tentativi di avvelenamento, foratura dei pneumatici della sua macchina, lancio di pietre. Il gesto più eclatante però fu l’attentato subito a Novo Mesto il 20 gennaio 1952: l’alto Prelato sloveno viaggiava con i suoi collaboratori sul treno che proveniva da Lubiana e che si sarebbe dovuto fermare alla stazione di Novo Mesto appunto, dove nella chiesa parrocchiale di Stopi?e il vescovo avrebbe dovuto benedire l’organo che era stato restaurato. Quando il treno giunse a destinazione, Vovk e i suoi collaboratori scesero dal mezzo di trasporto. Non appena misero i piedi a terra furono accolti da un gruppo di persone che lanciava insulti contro di loro. A questo punto mons. Vovk fu costretto a salire di nuovo sul treno ma i facinorosi filo comunisti lo inseguirono e, uno di questi, al grido “assassiniamo il demonio” lo cosparse di benzina e appiccò il fuoco. Il Vescovo rimase gravemente ustionato ma alla vista di quell’orribile scena gli attentatori gridavano: «Brucia diavolo!» e «crepa diavolo!». Purtroppo Vovk riportò delle ustioni molto gravi al collo, al volto e in alcune parti del corpo che lo resero invalido per i rimanenti anni di vita.
Anche in ospedale membri dell’UDBA sottoposero il Vescovo sloveno a degli spiacevoli interrogatori e giustificarono questo “incidente” come una maldestra opera di «una folla di patrioti inferociti che vedevano personificati nel loro vescovo il male e il dolore patito in passato per colpa dell’occupatore e dei traditori di casa». Successivamente grazie ad alcuni documenti presenti negli archivi del governo sloveno, si è potuto risalire ai responsabili, individuati tra alcuni membri del partito comunista in collaborazione con la polizia segreta.
Ciò che distingue i cristiani dalla logica del mondo è comunque la capacità di saper perdonare i propri persecutori: così fece mons. Vovk, pregando per loro e per tutti i confratelli nel presbiterio, affinché non gli accadesse ciò che aveva dovuto patire lui stesso. «Ho perdonato volentieri di volta in volta dimenticando tutto e altrettanto chiedo ai miei confratelli vescovi». Le sue preghiere erano rivolte anche verso quei sacerdoti della chiesa nazionale costituita all’interno dell’Associazione Cirillo e Metodio. L’intento di Anton Vovk era quello di permettere ai membri del clero confluiti in questa associazione di rientrare nella piena comunione con la Chiesa di Roma. Nel portare avanti questo desiderio si servì dell’arma del dialogo, evidenziando però, sempre, le gravi mancanze di questa chiesa di Stato verso l’unica Chiesa ufficiale e cioè quella guidata dal successore di Pietro.
Gli strumenti da lui utilizzati nel ministero pastorale, fondati sul solido connubio tra giustizia e misericordia, non solo vennero osteggiati dal governo comunista, ma anche da alcuni gruppi ultraconservatori del clero croato e sloveno, i quali, invece, avrebbero voluto che il Vescovo pronunciasse solo parole di condanna verso i membri dell’Associazione Cirillo e Metodio.
Nel periodo in cui sulla cattedra di Pietro sedette Giovanni XXIII i rapporti della Chiesa con i governi comunisti sembravano più distesi. Era però una tregua di facciata, almeno da parte delle autorità politiche vicine all’ideologia marxista. Infatti, le persecuzioni contro i fedeli cattolici e i membri del clero continuarono in molti paesi dell’Europa orientale.
Mons. Vovk riuscì finalmente a raggiungere Roma e ad incontrare il Santo Padre il 1° febbraio 1960. Molto significative furono le parole del Papa pronunciate al Vescovo sloveno dopo che quest’ultimo espresse il suo dolore per non potersi inginocchiare dinanzi a lui a causa del suo stato di salute: «Non si dispiaccia affatto, anzi dovrei essere io a inginocchiarmi davanti a lei». Due anni dopo, precisamente il 22 dicembre del 1962, Giovanni XXIII nominò Anton Vovk arcivescovo di Lubiana. La Chiesa di Roma per mezzo del suo principale Pastore riconobbe così la grande testimonianza di fede di questo intrepido Sacerdote che aspetta ora, dopo la morte avvenuta il 7 luglio del 1963, di entrare a far parte della schiera dei beati.


Autore:
Gian Filippo Della Marca


Fonte:
www.settimanaleppio.it

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Aggiunto/modificato il 2020-07-12

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