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Luca Attanasio Laico

Testimoni

Saronno, Varese, 23 maggio 1977 Goma, Repubblica Democratica del Congo, 22 febbraio 2021

Aveva 43 anni, si era laureato alla Bocconi nel 2001 e nel 2003 aveva iniziato la carriera diplomatica, dopo un breve percorso professionale nella consulenza aziendale ed un Master in Politica Internazionale. Lavora prima alla Direzione per gli Affari Economici del Ministero degli Esteri, presso l’Ufficio sostegno alle imprese, poi alla Segreteria della Direzione Generale per l’Africa. Successivamente è Vice Capo Segreteria del Sottosegretario di Stato con delega per l’Africa e la Cooperazione Internazionale (2004). Dopo altri incarichi tra cui uno a Berna, in Svizzera, dal 2017 viene nominato capo missione a Kinshasa, nel Congo. Dal 31 ottobre 2019 è stato confermato in Sede in qualità di Ambasciatore Straordinario Plenipotenziario accreditato in RDC. Era presidente onorario dell’associazione Mama Sofia, fondata a Kinshasa dalla moglie Zakia Seddiki per occuparsi di bambini e donne in difficoltà con il contributo della Conferenza Episcopale Italiana. Insieme avevano ricevuto a novembre il Premio Nassirya per la Pace 2020. In quell’occasione Attanasio aveva ricordato che «quella dell’ambasciatore è una missione, a volte anche pericolosa, ma abbiamo il dovere di dare l’esempio».



Verso mezzogiorno di Lunedì 22 febbraio 2021, messaggi allarmati di amici da Kinshasa, in Congo, hanno segnalato la morte di Luca Attanasio, 43 anni, ambasciatore d’Italia, originario di Limbiate (MB). Faceva parte di un gruppo di diplomatici in visita nell’Est della Repubblica Democratica del Congo, con base a Goma. Luoghi dove la natura è incantevole, ma dove la tensione è palpabile. I confini condivisi tra Congo, Uganda e Ruanda facilitano le incursioni di bande armate. Secondo le prime notizie, il convoglio del PAM (Programma Alimentare Mondiale) è stato attaccato a Kanyamahoro, nel territorio di Nyirangongo, nome del vulcano che sovrasta Goma, il capoluogo del Nord Kivu, da cui dista una ventina di chilometri.
La jeep con a bordo Luca Attanasio è stata colpita duramente e l’ambasciatore, il carabiniere sua guardia del corpo, Vittorio Iacovacci, e l’autista, feriti a morte. Portati con mezzi di fortuna a Goma, presso l’ospedale della MONUSCO, la missione ONU per la RDC che da diversi decenni cerca di essere forza di pace nel Paese, nulla è stato possibile per salvare le loro vite. Le informazioni sulle motivazioni di questo attacco sono ancora frammentarie; forse un tentativo di sequestro, forse proprio l’ambasciatore e la sua funzione nel mirino degli assalitori. Nelle prossime ore ci saranno più dettagli, ma probabilmente sarà difficile stabilire velocemente la verità dei fatti, come spesso accade in circostanze simili.
Luca Attanasio era anzitutto un amico, non solo della comunità italiana e della diplomazia internazionale di stanza a Kinshasa. Aveva iniziato il suo servizio in Congo nel 2017 come incaricato d’affari per le tensioni allora esistenti tra Congo e Italia. Nel 2019 aveva assunto in pieno le sue funzioni. Grande dolore e costernazione. Le immagini dell’ambasciatore esanime toccano fortemente.
Un ambasciatore porta tutto un Paese nella sua persona e Luca svolgeva questo compito senza gli orpelli del ruolo, piuttosto mettendo in gioco tutta la sua ricchezza umana, la sua formazione, la sua esperienza. Con il suo piglio giovanile aveva ridato smalto alle attività dell’ambasciata italiana. Insieme a sua moglie era molto attento alle attività sociali e la sua presenza si è fatta sempre notare nei centri di promozione sociale, soprattutto quelli gestiti da missionari e missionarie italiani, dove portava il suo aiuto concreto. Oltre all’attività diplomatica e di cooperazione, alle cerimonie per l’annuale Festa della Repubblica ogni 2 giugno, l’ambasciatore amava radunare con amabilità amici e collaboratori, italiani e non, attorno alla cultura italiana.
Ricordo la visita che l’ambasciatore e la sua famiglia (la moglie, Zakia Seddiki, di nazionalità marocchina e tre bambine) fecero in occasione del Festival del Libro e della Bibbia che Paolini e Paoline organizzano a Kinshasa. Lasciata a piedi la loro residenza, a pochi passi dalla piazza, sede del Festival, nel cuore della capitale, con semplicità, senza annunciare la loro presenza, si erano fermati a osservare gli stand degli editori. Una volta riconosciuti, non si sono sottratti alle foto di rito. Una semplicità che si poteva scorgere anche in un aspetto personale, quello della sua fede cattolica, manifestato nella partecipazione in varie celebrazioni.


Autore:
Don Roberto Ponti


Fonte:
Famiglia Cristiana

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Aggiunto/modificato il 2021-02-23

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