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Servo di Dio Guglielmo Massaia Cappuccino, Missionario, Cardinale

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Piovā d'Asti, 8 giugno 1809 - San Giorgio a Cremano, Napoli, 6 agosto 1889


Il cappuccino Guglielmo Massaja O.F.M. Cap. (1809-1889) partì per l’Africa con l’ansia di chi è in ritardo sul comando del Figlio di Dio: «Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato. E questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno i demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano i serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno, imporranno le mani ai malati e questi guariranno» (Mc 16,15-18).
Partì per conquistare più anime possibili a Cristo Salvatore e per civilizzare le genti. La sua può essere, a ragione, definita una vera e propria epopea missionaria, una memorabile leggenda eroica e a suo modo mitica, oggi purtroppo dimenticata a causa di una precisa volontà di relegare questa grande figura nella polvere delle biblioteche, essendo stato padre Guglielmo Massaja non certo un uomo politicamente corretto e buonista: non ha mai partecipato a marce della pace, ma ha sempre combattuto, vero soldato di Cristo, in nome della fede, per portare la vita, anche umanamente sana e degna di essere vissuta, agli africani e per indicare loro la via per la salvezza eterna.
Al secolo si chiamava Lorenzo Antonio Massaja. Era nato, settimo di otto figli, l'8 giugno 1809 nella frazione «La Braja» di Piovà d'Asti, ora Piovà Massaja. Suo padre, Giovanni (1774-1853), era un piccolo proprietario rurale e sua mamma, Maria Bertorello (1774-1837), un’umile madre di famiglia. Trascorse l'adolescenza sotto la guida del fratello Guglielmo (1795-1833 ), parroco di Pralormo (1821-1828) e frequentò il Collegio Reale di Asti come seminarista (1824-1826).
La vocazione religiosa arrivò presto e il 6 settembre 1826, a Madonna di Campagna in Torino, indossò il saio cappuccino, al quale rimase legato sempre con profondo amore, cambiando il nome di battesimo in quello del fratello sacerdote. Dopo aver ricevuto il presbiterato a Vercelli, il 16 giugno 1832 e terminati gli studi, divenne cappellano dell'Ospedale Mauriziano di Torino (1834-1836) che gli consentí di apprendere preziose nozioni elementari di medicina e chirurgia, le quali gli torneranno molto utili durante il suo apostolato in Africa.
La realtà ospedaliera mauriziana permise a san Giuseppe Benedetto Cottolengo (1786-1842) di venire in contatto con padre Guglielmo al quale si legò con profonda stima, fino a divenire sua guida, confessore e consigliere. Nel decennio 1836-1846 insegnò filosofia e teologia nel convento di Moncalieri-Testona. Proprio in questo periodo re Carlo Alberto (1798-1849) lo scelse in qualità di padre spirituale dei due figli, Ferdinando (1822-1855) e Vittorio Emanuele (1820-1878) e quando nel 1845 si trasferì al Monte dei Cappuccini in Torino, divenne guida del patriota Silvio Pellico (1789-1854), che dopo le catene dello Spielberg aveva subito una profonda trasformazione di coscienza, aggrappandosi fortemente alla fede, anche grazie alla benefica influenza che su di lui ebbero i marchesi Giulia (1785-1864) e Carlo Tancredi Falletti di Barolo (1782-1838). Pellico entrò nell’alta considerazione di padre Massaja, che lo accolse con grande affetto.
Re Carlo Alberto si era adoperato affinché venisse nominato vescovo, ma il padre cappuccino non aveva voluto saperne. Era troppo umile per ambire alle cariche che voleva tenere ben distanti da sé. Tuttavia in Vaticano il suo nome ormai circolava.
Ha 37 anni quando il Papa Gregorio XVI (1831-1846) e il Procuratore del suo ordine religioso lo chiamano a Roma per comunicargli che dovrà assumere il Vicariato di una nuova missione all’estero, fra la popolazione galla, in Etiopia.
Dall’epistolario emerge il vero Massaja: l’immediatezza degli scritti, compilati di getto, spesso dettati dall’emergenza delle situazioni in cui veniva a trovarsi, sono documenti preziosissimi perché rivelano la libertà e la disinvoltura dell’autore, e riflettono un temperamento schietto, forte e deciso, ancorato alla verità, a qualunque costo, anche al prezzo di pagare di persona. Anche le memorie, I miei trentacinque anni di Missione nell’Alta Etiopia, che Papa Leone XIII (1878-1903) gli ordinò di compilare e che l’autore distribuì in dodici volumi, sono carte altrettanto importanti, ma comunque prive di quell’immediatezza e spontaneità di cui le lettere sono imbevute.
Con Breve del 4 maggio 1846, Gregorio XVI, il Pontefice che ebbe un’attenzione particolarissima per le missioni, istituí il Vicariato Apostolico dei Galla, chiamando a reggerlo come Vescovo titolare di Cassia proprio monsignor Massaja, che venne consacrato nella chiesa di San Carlo al Corso, in Roma, il 24 maggio, giorno di Maria Ausiliatrice.
Lasciò l'Italia il 4 giugno 1846 per raggiungere «le ridenti contrade situate fra le sorgenti del Nilo azzurro e quelle del Nilo bianco» insieme ai suoi quattro compagni di ventura: padre Giusto da Urbino (1814-1856), padre Cesare da Castelfranco (1818-1860), padre Felicissimo Cocino da Cortemilia (1816-1878) e fra’ Pasquale da Duno (1803-1873ca). Arriveranno a destinazione soltanto dopo sei anni, cinque mesi e 17 giorni di peripezie e precisamente il 21 novembre 1852, superando inaudite sofferenze, pericoli e avventure iperboliche e salgariane, dal fascino romanzesco e cinematografico degne di un regista del calibro di George Lucas.
La sua missione si svolse prevalentemente in Etiopia, allora chiamata Abissinia, lo Stato considerato il più antico del continente e che si trova nel Corno d’Africa.
Otto traversate del Mediterraneo, dodici del Mar Rosso e quattro pellegrinaggi in Terra Santa; quattro assalti all'impenetrabile fortezza abissina dal Mar Rosso, dall'Oceano Indiano e dal Sudan; quattro esili, altrettante prigionie e ben diciotto rischi di morte costituirono il bilancio di quella sua leggendaria missione, che lo annovera fra i piú grandi apostoli della Chiesa.
Monsignor Massaja marciava a piedi e la notte dormiva tra i fuochi per allontanare le belve feroci. Ha «la testa rotta in mille faccende» monsignor Massaja, eppure, non si sa come, trova tempo e modo di studiare la lingua amarica, che impara velocemente, tanto che può presto accostarsi a quella dei Galla. Mancano gli arredi sacri per le funzioni e allora s’industria per procurarli: «Io con le mie stesse mani taglio pianete, le cucisco, le benedico, e poi consacro i Sacerdoti che le dovranno portare».
La religione predominante era l'ortodossa copta, che divenne in Etiopia il pilastro su cui poggiò il potere dei Negus. In questo contesto monsignor Massaja si trovò in una situazione difficilissima, divenendo oggetto di feroce odio: il vescovo copto, Abuna Salama che significa «Padre della pace», che si trovava in ottimi rapporti con le autorità di governo, tentò di tutto per fare espellere il «nemico» e, poiché non riuscì nel suo intento, continuò a perseguitarlo, dichiarandogli guerra aperta e progettando disegni di morte su di lui. La situazione era davvero grave, ma per il monsignore, sorretto dal credo e dalla mano di Dio, non fu impossibile affrontarla.
Ebbe la fortuna d’incontrare Antoine Thomson d’Abbadie d’Arrast (1810-1897), il viaggiatore, naturalista, esploratore e cartografo francese (di madre irlandese), autore scrupoloso di cartine africane precise. Rimasero insieme otto giorni, durante i quali Massaja, con la sua formidabile capacità di apprendimento, ebbe modo di acquisire molteplici conoscenze.
Non si contano le peripezie e i sacrifici affrontati da questo intrepido banditore della fede e conquistatore d’anime, prima ancora che dei territori africani, perché di vere e proprie conquiste si trattò a causa della non certo facile penetrazione di un uomo europeo fra genti estranee, a volte tanto ostili quanto la natura esuberante, prorompente e violenta del Continente Nero.
L'attività di Massaja si articolò in periodi ben definiti: le missioni dei Galla (1852-63), con la fondazione di stazioni nel Gudrò (1852), nell'Ennèrea (1854), nel Kaffa, in Lagàmara (1855) e nel Ghera (1859). Dopo una permanenza in Europa – dove tornò cinque volte – per riorganizzare la missione e fondare il collegio San Michele a Marsiglia (1866), costituì la Missione dello Scioa (1868-79), dove re Menelik II (1844-1913) lo trattenne come consigliere e nel 1868 fondò molte case missionarie a Fekerié-Ghemb e Finfinni, poi elevata nel 1889 a capitale di tutta l'Etiopia con il nome di Addis-Abeba.
Abuna Salama, che fece di tutto per allontanarlo, obbligandolo anche alla ritirata (mai alla fuga) e bruciandogli persino le capanne, definì beffardamente e con irrisione monsignor Massaja Abuna Messias, il «Vescovo Messia», con allusione al suo cognome; ma lui, come scrive nelle sue memorie, intenderà «essere così chiamato per l’avvenire, tenendomi troppo onorato di un tal nome», trasformando l’appellativo di vilipendio in suggello di gloria.
Sacrifici, lotte, privazioni di ogni sorta affronta, e che gli procurano gravi problemi di salute… tutto per amore di Cristo e dei Galla, che lo ricambiano di affetto e di ammirazione senza misura tanto che la sua memoria in quei territori permane ancora oggi.
Non ci sono medici, l’unica terapia sono i salassi con le sanguisughe e arriva ad applicarsene duecento in quattro giorni… È un uomo che non riposa mai, né con la mente, né con il corpo. La preghiera è il suo unico rimedio. Fra leoni e coccodrilli, spie dell’Abuna Salama e guerriglieri, Massaja cerca di farsi strada fra le giungle della terra, le acque dei fiumi e dei laghi imperiosi.
L'epopea massajana fu caratterizzata da una pastorale efficacissima: la formazione saggia della gioventú; la costituzione di un clero autoctono compatto e fedele; la consacrazione di tre vescovi missionari, tra cui san Giustino de Jacobis; l'adattamento all'ambiente e alla sensibilità religiosa, in particolare ai numerosi e severi digiuni abissini. Seppe abbinare all'evangelizzazione un'autentica promozione umana con la profilassi contro malattie endemiche, particolarmente contro il vaiolo, per cui fu acclamato «Padre del Fantatà (vaiolo)». Inoltre s’industriò per l'abolizione della schiavitú e per la diffusione dell’alfabetizzazione, per cui scrisse, di suo pugno, libri didattici. Creò centri assistenziali per fronteggiare le emergenze nei tempi, peraltro frequentissimi, di belligeranza e di carestia; si fece mediatore di pace nelle lotte tribali e interprete magistrale di sviluppo di quei popoli: favorí missioni diplomatiche e scientifiche, tanto da essere nominato dal governo italiano, il 1° marzo 1879, «ministro plenipotenziario» nel trattato d'amicizia e commercio tra l'Italia e lo Scioa.
Colpisce nel padre Massaja lo stile di vita non solo semplice, ma poverissimo. Era oberato, schiacciato dal lavoro materiale e diplomatico, tanto da stabilire proficue relazioni fra capi africani, autorità romane ed europee. Eroico poi il suo coraggio di dire la verità ai potenti, accompagnato però da una prudenza cristiana oculatissima, necessaria in quel mondo così complesso, dagli equilibri imponderabili. Le sue capacità organizzative e di governo gli assicurarono una grande autorità morale, strappandogli l'ammirazione persino dei nemici. I silenzi di Roma e la mancanza di direttive lungamente attese; i momenti, ripetutisi varie volte, in cui tutto sembrava perduto e la missione in rovina, avrebbero affossato chiunque, ma non monsignor Massaja che, come leone reso indomito dalla grazia, non si arrese mai.
Affronta tempeste di sabbia, pugni e schiaffi dai musulmani, febbri gialle e malariche, malattie tropicali e, oltre ad indossare i panni del mercante di forbici e aghi per sviare i nemici, diventa scienziato e medico nel tentativo di risolvere i problemi delle tre malattie più diffuse dell’Etiopia: la lue, la febbre gialla, il vaiolo. Naturalista e agronomo, pianta la vite e anche le patate: se ne fa spedire in busta mezza e poi la semina, ricavandone quattro bulbi. Ne sorge un grande campo, finché i porcospini non lo distruggono.
Linguista e glottologo, si mette sulle orme degli evangelizzatori Cirillo (827-869) e Metodio (ca. 815-885), componendo, come fecero loro per le terre slave, l’alfabeto del galli, fino ad allora lingua soltanto orale, traducendo ogni suono in alfabeto latino, perché adatto a trascrivere la «sillaba rotonda» della pronuncia galla. Lavoro enorme che consentirà di comporre la grammatica amarica e oromonica.
Lavoro enorme fu anche quello di trascrivere, di sua mano, catechismi e libri d’istruzione in più copie e in stampatello: tanto fu il suo scrivere in tal modo che non tornerà più al corsivo.
È il 1856, sono trascorsi dieci anni ormai dalla sua partenza e ora sembra che tutti gli siano indifferenti. Scrive ai Cappuccini, a Propaganda Fide, a Roma, ma non riceve nessun soccorso. Lui è in miseria, ha dato fondo a tutto. Gli anni passano ed è sempre più stanco, solo e isolato. Le fatiche e le croci del suo episcopato l’hanno fortemente invecchiato e il suo cuore è divenuto «come la schiena del riccio, tutto spine». Nelle sue pagine lascia parole intrise di sgomento e di lacrime:
«Sono stato assalito parecchie volte da una terribile malinconia, e fui tentato persino di lasciare tutto e andarmene al mio convento… fui persino tentato di farne qualcuna grossa, per guadagnarmi il riposo della santa inquisizione, che per me sarebbe cento volte migliore, ma il timore dell’offesa di Dio mi ha trattenuto… se la mia condotta è degna di rimprovero, allora come figlio ho diritto di sentire la voce della mia madre che mi grida e che mi castiga; se poi la mia condotta non è degna di rimprovero, ho diritto di essere sentito nei miei bisogni, ed anche aiutato e consolato nelle mie afflizioni [….]. Questo silenzio assoluto, questo vedersi gettato come un arnese inutile in un angolo della casa, senza nessun segno di pensiero per noi e mentre scrivo tengo il santo crocifisso nelle mani, raccomandando a Lui ogni parola».
Fa lo stampatore, il sarto, il ciabattino, tutti i mestieri sono suoi e, dopo aver lavorato come un martire, arriva la fame: «Qui il Vescovo si chiama Guglielmo, Guglielmo il segretario, Guglielmo si chiamano tutti i curialisti, Guglielmo il medico, il maestro di scuola; non basta: Guglielmo è il muratore, il sarto, il falegname, il fabbro ferraio con tutto il resto…».
L'esilio decretato dall'imperatore Joannes IV (1831-1889) il 3 ottobre 1879 troncherà definitivamente l'azione del vescovo, costringendolo alla rinuncia, che sarà redatta a Smirne il 23 maggio 1880.
L'apostolo dei Galla ispirò numerosissimi missionari e influí mirabilmente su fondatori di congregazioni religiose, come san Daniele Comboni (1831-1881) e il beato Giuseppe Allamano I.M.C. (1851-1926).
Tornato in Italia, anziano, ma ancora vivace e battagliero, si recò, nell’estate del 1889, nella città di San Giorgio a Cremano, alle falde del Vesuvio, a Villa Amirante, per trascorrere qualche giorno di riposo, dopo due ictus cerebrali subiti. Assistito dal suo segretario e dal fedele cameriere maltese, si dedicò alla correzione e stesura della sua monumentale opera biografica, di cui vide stampati i primi cinque volumi, mentre gli altri sette furono pubblicati post mortem, con l’ultimo uscito nel 1895.
Morì, di collasso cardiocircolatorio, proprio nell’estate di quell’anno, il 6 agosto 1889. Dopo i solenni funerali, il corpo venne tumulato nella cappella della Congregazione di Propaganda Fide al Verano e, per suo esplicito volere, traslato l’11 giugno 1890 a Frascati, nella chiesa dei Cappuccini. In questo convento vi è un interessante «Museo etiopico» con molti oggetti che ricordano il Servo di Dio, fra cui il suo leggendario bastone che portava sempre con sé.
La sua tomba è sovrastata da una statua del 1892 che lo rappresenta seduto, intento a riguardare i volumi dei suoi ricordi. Il processo di beatificazione iniziò nel 1914, e nel 1939 la San Paolo film produsse il suo primo lavoro cinematografico raccontando, con un kolossal da cineteca, Abuna Messias, la storia di un martire, rimasto più e più volte miracolosamente in vita; un martire per l’Africa, che fece di tutto per portare a compimento le parole del Salmo 86: «Tutti i popoli che hai creato verranno e si prostreranno davanti a te, o Signore, per dare gloria al tuo nome; grande tu sei e compi meraviglie: tu solo sei Dio».

Autore: Cristina Siccardi
 




Nella città di S. Giorgio a Cremano, alla via Cavalli di Bronzo, vi è tra le altre Ville Vesuviane, la Villa Amirante, sulla cui facciata spicca una lapide che dice: “In questa casa – il cardinale Guglielmo Massaia – si estinse il 6 agosto 1889 – dopo lunga vita di apostolato per diffondere – la luce della civiltà e della fede – nei paesi fino allora inesplorati – della barbara Etiopia”.
Era venuto per il secondo anno consecutivo in estate, per trascorrere qualche giorno di riposo, che potesse ritemprargli le forze, dopo i due ictus cerebrali avuti, ospite di amici nella villa con boschetto, alle falde del Vesuvio; soggiorno che trascorreva appartato e senza le manifestazioni esteriori che la sua avventurosa vita suscitava fra la gente.
Assistito dal suo segretario e dal fedele cameriere maltese, si dedicava alla correzione e stesura della sua monumentale opera biografica: “I miei 35 anni di Missione nell’Alta Etiopia”, di cui vide stampati i primi cinque volumi, gli altri sette furono pubblicati dopo la sua morte, con l’ultimo uscito nel 1895.
Questo grande apostolo missionario, nacque con il nome di Lorenzo Antonio l’8 giugno 1809 a Piovà d’Asti, oggi Piovà Massaia, trascorse l’adolescenza sotto la guida del fratello Guglielmo che era parroco, frequentò come seminarista, il Collegio Reale di Asti e il 6 settembre 1826, indossò il saio dei cappuccini alla Madonna di Campagna presso Torino, cambiando il nome in Guglielmo, come quello del fratello prete.
Fu ordinato sacerdote a Vercelli il 16 giugno 1832, divenendo negli anni dal 1834 al 1836, direttore spirituale dell’Ospedale Mauriziano di Torino, lì oltre a diventare confessore del futuro santo Giuseppe Benedetto Cottolengo, ebbe la possibilità di apprendere le nozioni elementari di medicina e chirurgia.
Nei successivi dieci anni 1836-1846, insegnò filosofia e teologia nel convento cappuccino di Moncalieri e assisté spiritualmente il futuro re Vittorio Emanuele II e il poeta patriota Silvio Pellico.
Nel 1846, il cattolicesimo in Etiopia si era abbastanza diffuso, per cui il papa Gregorio XVI, istituì il Vicariato Apostolico dei Galla, nominando proprio il Massaia a reggerlo, per questo venne consacrato vescovo a Roma, il 24 maggio del 1846.
I Galla o Oromo è una popolazione camitica del ramo Cusciti dell’Africa Orientale, gli altri due rami derivanti da Cam figlio di Noè, sono i Berberi nell’Africa Occidentale e Settentrionale e i Copti in Egitto; il linguaggio è libico-berbero, basso-cuscita e alto cuscita per i Galla e Somali.
Guglielmo Massaia lasciò l’Italia il 4 giugno 1846, ma raggiunse la sua Missione solo il 21 novembre 1852, cioè sei anni dopo, pagando un prezzo inaudito di sofferenze. Attraversò otto volte il Mediterraneo, dodici volte il Mar Rosso, tentò per quattro volte di entrare nella blindata Abissinia, dal Mar Rosso, dall’Oceano Indiano e dal Sudan, subì quattro esili e quattro prigionie e per ben diciotto volte rischiò di morire.
La sua opera apostolica si può dividere in periodi ben definiti ‘La Missione dei Galla’ 1852-63; la permanenza in Europa 1864-66; la ’Missione dello Scioa’ 1869-79. Nei suoi 35 anni che caratterizzarono un’epopea missionaria, che lo annovera fra i più grandi apostoli della Chiesa, egli organizzò un clero locale compatto e fedele, compilò un catechismo accessibile ai fedeli e adeguato alla mentalità locale, fondò molte stazioni missionarie in tutto il territorio abissino, fra cui Infinnì che diventerà capitale dell’Etiopia nel 1889, con il nome di Addis Abeba.
Abbinò all’evangelizzazione una vasta opera sociale con la profilassi contro le malattie endemiche come il vaiolo, fu chiamato ‘Padre del Fantatà’ (Padre del vaiolo), promosse l’abolizione della diffusissima schiavitù, scrisse di proprio pugno manuali scolastici per favorire l’istruzione, pubblicò in Europa la prima grammatica della lingua Galla, pacificò i contendenti nelle lotte tribali, creò centri di assistenza durante le carestie e le frequenti guerre, favorì missioni diplomatiche e scientifiche per cui il governo italiano lo nominò ‘ministro plenipotenziario’ nel trattato d’amicizia e commercio fra l’Italia e lo Scioa (Etiopia) il 1° marzo 1879.
Ebbe uno stile di vita poverissimo, si travestì da mercante, viaggiò abitualmente a piedi nudi (per sfuggire alla cattura dei nemici), tesseva continuamente relazioni fra i capi africani e Roma e l’Europa, dove tornò cinque volte; il re Menelik II lo trattenne come consigliere.
Tutto questo finché il decreto dell’imperatore Joannes IV del 3 ottobre 1879, bloccò definitivamente l’azione benefica del vescovo Massaia, chiamato dagli etiopi “Abuna Messias”, il quale dovette firmare una rinuncia il 23 maggio 1880.
Papa Leone XIII, suo grande estimatore, lo promosse arcivescovo e poi nel 1884 cardinale, elogiandolo pubblicamente ed esaltando la Grazia di Dio che di un umile frate seppe farne un faro di esempio missionario, che ispirò successivamente, numerosi fondatori di congregazioni religiose.
Il suo corpo dal luogo della sua morte, cioè S. Giorgio A Cremano, con solenni funerali, fu trasportato via Ferrovia a Roma e tumulato nella cappella della Congregazione di ‘Propaganda Fide’ al Verano, fu poi, in ossequio ad un suo desiderio, trasferito l’11 giugno 1890 a Frascati nella chiesa dei cappuccini, dov’è tuttora; nello stesso convento vi è un interessante ‘Museo etiopico’ con molti oggetti che ricordano il Massaia, fra cui il leggendario bastone che portava dappertutto, la tomba è sovrastata da una statua del 1892 che lo raffigura seduto, intento a riguardare i volumi dei suoi ricordi, scritti per volere del papa.
Nel 1914 s’iniziarono i processi di beatificazione. Nel 1939 la ‘San Paolo film’, produsse il suo primo lavoro cinematografico raccontando la sua storia missionaria con il film “Abuna Messias”.


Autore:
Antonio Borrelli


Note:
Per approfondire: Cristina Siccardi - Il Cardinale Guglielmo Massaja missionario in Africa. Nella solitudine della Croce - Ed. San Paolo, 2011

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Aggiunto il 2009-10-28

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