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Venerabile Guglielmo (Lorenzo Antonio) Massaja Cardinale cappuccino

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Piovā Massaia, Asti, 8 giugno 1809 - San Giorgio a Cremano, Napoli, 6 agosto 1889

Lorenzo Antonio Massaja nacque a La Braja, frazione di Piovà d’Asti (poi Piovà Massaja) l’8 giugno 1809. Il 6 settembre 1826 indossò l’abito cappuccino ricevendo il nuovo nome di fra Guglielmo, in onore di suo fratello sacerdote. Terminati gli studi fu ordinato sacerdote e inviato a prestare servizio nell’Ospedale Mauriziano. In seguito fu nominato docente presso lo Studentato fileosfico-teologico dei frati cappuccini. Il 12 maggio 1846 fu chiamato da papa Gregorio XVI a reggere il nuovo Vicariato Apostolico dei Galla (Etiopia) e il 24 maggio successivo fu consacrato vescovo. Lasciò l’Italia il 4 giugno 1846, ma raggiunse la missione solo il 21 novembre 1852. Profuse tutte le sue energie per l’evangelizzazione e la promozione umana del popolo dei Galla, finché non venne espulso dall’Etiopia per decreto dell’imperatore Joannes IV. Rientrato in Italia, fu creato cardinale da papa Leone XIII il 10 novembre 1884. Morì a San Giorgio a Cremano, in provincia e diocesi di Napoli, il 6 agosto 1889. La causa di beatificazione, iniziata già venticinque anni dopo la morte, è stata ripresa il 22 maggio 1993, integrata, negli anni 2003-2009, da un’inchiesta suppletiva. Il 1° dicembre 2016 papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto con cui il cardinal Massaja, le cui spoglie riposano nella chiesa dei Cappuccini a Frascati, è stato dichiarato Venerabile.



Il cappuccino Guglielmo Massaja (1809-1889) partì per l’Africa con l’ansia di chi è in ritardo sul comando del Figlio di Dio: «Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato. E questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno i demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano i serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno, imporranno le mani ai malati e questi guariranno» (Mc 16,15-18).
Partì per conquistare più anime possibili a Cristo Salvatore e per civilizzare le genti. La sua può essere, a ragione, definita una vera e propria epopea missionaria, una memorabile leggenda eroica e a suo modo mitica, oggi purtroppo dimenticata a causa di una precisa volontà di relegare questa grande figura nella polvere delle biblioteche, essendo stato padre Guglielmo Massaja non certo un uomo politicamente corretto e buonista: non ha mai partecipato a marce della pace, ma ha sempre combattuto, vero soldato di Cristo, in nome della fede, per portare la vita, anche umanamente sana e degna di essere vissuta, agli africani e per indicare loro la via per la salvezza eterna.
Al secolo si chiamava Lorenzo Antonio Massaja. Era nato, settimo di otto figli, l’8 giugno 1809 nella frazione «La Braja» di Piovà d’Asti, ora Piovà Massaja. Suo padre, Giovanni (1774-1853), era un piccolo proprietario rurale e sua mamma, Maria Bertorello (1774-1837), un’umile madre di famiglia. Trascorse l’adolescenza sotto la guida del fratello Guglielmo (1795-1833 ), parroco di Pralormo (1821-1828) e frequentò il Collegio Reale di Asti come seminarista (1824-1826).
La vocazione religiosa arrivò presto e il 6 settembre 1826, a Madonna di Campagna in Torino, indossò il saio cappuccino, al quale rimase legato sempre con profondo amore, cambiando il nome di battesimo in quello del fratello sacerdote. Dopo aver ricevuto il presbiterato a Vercelli, il 16 giugno 1832 e terminati gli studi, divenne cappellano dell’Ospedale Mauriziano di Torino (1834-1836) che gli consentí di apprendere preziose nozioni elementari di medicina e chirurgia, le quali gli torneranno molto utili durante il suo apostolato in Africa.
La realtà ospedaliera mauriziana permise a san Giuseppe Benedetto Cottolengo (1786-1842) di venire in contatto con padre Guglielmo al quale si legò con profonda stima, fino a divenire sua guida, confessore e consigliere. Nel decennio 1836-1846 insegnò filosofia e teologia nel convento di Moncalieri-Testona. Proprio in questo periodo re Carlo Alberto (1798-1849) lo scelse in qualità di padre spirituale dei due figli, Ferdinando (1822-1855) e Vittorio Emanuele (1820-1878) e quando nel 1845 si trasferì al Monte dei Cappuccini in Torino, divenne guida del patriota Silvio Pellico (1789-1854), che dopo le catene dello Spielberg aveva subito una profonda trasformazione di coscienza, aggrappandosi fortemente alla fede, anche grazie alla benefica influenza che su di lui ebbero i marchesi Giulia (1785-1864) e Carlo Tancredi Falletti di Barolo (1782-1838). Pellico entrò nell’alta considerazione di padre Massaja, che lo accolse con grande affetto.
Re Carlo Alberto si era adoperato affinché venisse nominato vescovo, ma il padre cappuccino non aveva voluto saperne. Era troppo umile per ambire alle cariche che voleva tenere ben distanti da sé. Tuttavia in Vaticano il suo nome ormai circolava.
Ha 37 anni quando il Papa Gregorio XVI (1831-1846) e il Procuratore del suo ordine religioso lo chiamano a Roma per comunicargli che dovrà assumere il Vicariato di una nuova missione all’estero, fra la popolazione galla, in Etiopia.
Dall’epistolario emerge il vero Massaja: l’immediatezza degli scritti, compilati di getto, spesso dettati dall’emergenza delle situazioni in cui veniva a trovarsi, sono documenti preziosissimi perché rivelano la libertà e la disinvoltura dell’autore, e riflettono un temperamento schietto, forte e deciso, ancorato alla verità, a qualunque costo, anche al prezzo di pagare di persona. Anche le memorie, I miei trentacinque anni di Missione nell’Alta Etiopia, che Papa Leone XIII (1878-1903) gli ordinò di compilare e che l’autore distribuì in dodici volumi, sono carte altrettanto importanti, ma comunque prive di quell’immediatezza e spontaneità di cui le lettere sono imbevute.
Con Breve del 4 maggio 1846, Gregorio XVI, il Pontefice che ebbe un’attenzione particolarissima per le missioni, istituí il Vicariato Apostolico dei Galla, chiamando a reggerlo come Vescovo titolare di Cassia proprio monsignor Massaja, che venne consacrato nella chiesa di San Carlo al Corso, in Roma, il 24 maggio, giorno di Maria Ausiliatrice.
Lasciò l’Italia il 4 giugno 1846 per raggiungere «le ridenti contrade situate fra le sorgenti del Nilo azzurro e quelle del Nilo bianco» insieme ai suoi quattro compagni di ventura: padre Giusto da Urbino (1814-1856), padre Cesare da Castelfranco (1818-1860), padre Felicissimo Cocino da Cortemilia (1816-1878) e fra’ Pasquale da Duno (1803-1873ca). Arriveranno a destinazione soltanto dopo sei anni, cinque mesi e 17 giorni di peripezie e precisamente il 21 novembre 1852, superando inaudite sofferenze, pericoli e avventure iperboliche e salgariane, dal fascino romanzesco e cinematografico degne di un regista del calibro di George Lucas.
La sua missione si svolse prevalentemente in Etiopia, allora chiamata Abissinia, lo Stato considerato il più antico del continente e che si trova nel Corno d’Africa.
Otto traversate del Mediterraneo, dodici del Mar Rosso e quattro pellegrinaggi in Terra Santa; quattro assalti all’impenetrabile fortezza abissina dal Mar Rosso, dall’Oceano Indiano e dal Sudan; quattro esili, altrettante prigionie e ben diciotto rischi di morte costituirono il bilancio di quella sua leggendaria missione, che lo annovera fra i piú grandi apostoli della Chiesa.
Monsignor Massaja marciava a piedi e la notte dormiva tra i fuochi per allontanare le belve feroci. Ha «la testa rotta in mille faccende» monsignor Massaja, eppure, non si sa come, trova tempo e modo di studiare la lingua amarica, che impara velocemente, tanto che può presto accostarsi a quella dei Galla. Mancano gli arredi sacri per le funzioni e allora s’industria per procurarli: «Io con le mie stesse mani taglio pianete, le cucisco, le benedico, e poi consacro i Sacerdoti che le dovranno portare».
La religione predominante era l’ortodossa copta, che divenne in Etiopia il pilastro su cui poggiò il potere dei Negus. In questo contesto monsignor Massaja si trovò in una situazione difficilissima, divenendo oggetto di feroce odio: il vescovo copto, Abuna Salama che significa «Padre della pace», che si trovava in ottimi rapporti con le autorità di governo, tentò di tutto per fare espellere il «nemico» e, poiché non riuscì nel suo intento, continuò a perseguitarlo, dichiarandogli guerra aperta e progettando disegni di morte su di lui. La situazione era davvero grave, ma per il monsignore, sorretto dal credo e dalla mano di Dio, non fu impossibile affrontarla.
Ebbe la fortuna d’incontrare Antoine Thomson d’Abbadie d’Arrast (1810-1897), il viaggiatore, naturalista, esploratore e cartografo francese (di madre irlandese), autore scrupoloso di cartine africane precise. Rimasero insieme otto giorni, durante i quali Massaja, con la sua formidabile capacità di apprendimento, ebbe modo di acquisire molteplici conoscenze.
Non si contano le peripezie e i sacrifici affrontati da questo intrepido banditore della fede e conquistatore d’anime, prima ancora che dei territori africani, perché di vere e proprie conquiste si trattò a causa della non certo facile penetrazione di un uomo europeo fra genti estranee, a volte tanto ostili quanto la natura esuberante, prorompente e violenta del Continente Nero.
L’attività di Massaja si articolò in periodi ben definiti: le missioni dei Galla (1852-63), con la fondazione di stazioni nel Gudrò (1852), nell’Ennèrea (1854), nel Kaffa, in Lagàmara (1855) e nel Ghera (1859). Dopo una permanenza in Europa – dove tornò cinque volte – per riorganizzare la missione e fondare il collegio San Michele a Marsiglia (1866), costituì la Missione dello Scioa (1868-79), dove re Menelik II (1844-1913) lo trattenne come consigliere e nel 1868 fondò molte case missionarie a Fekerié-Ghemb e Finfinni, poi elevata nel 1889 a capitale di tutta l’Etiopia con il nome di Addis-Abeba.
Abuna Salama, che fece di tutto per allontanarlo, obbligandolo anche alla ritirata (mai alla fuga) e bruciandogli persino le capanne, definì beffardamente e con irrisione monsignor Massaja Abuna Messias, il «Vescovo Messia», con allusione al suo cognome; ma lui, come scrive nelle sue memorie, intenderà «essere così chiamato per l’avvenire, tenendomi troppo onorato di un tal nome», trasformando l’appellativo di vilipendio in suggello di gloria.
Sacrifici, lotte, privazioni di ogni sorta affronta, e che gli procurano gravi problemi di salute… tutto per amore di Cristo e dei Galla, che lo ricambiano di affetto e di ammirazione senza misura tanto che la sua memoria in quei territori permane ancora oggi.
Non ci sono medici, l’unica terapia sono i salassi con le sanguisughe e arriva ad applicarsene duecento in quattro giorni… È un uomo che non riposa mai, né con la mente, né con il corpo. La preghiera è il suo unico rimedio. Fra leoni e coccodrilli, spie dell’Abuna Salama e guerriglieri, Massaja cerca di farsi strada fra le giungle della terra, le acque dei fiumi e dei laghi imperiosi.
L’epopea massajana fu caratterizzata da una pastorale efficacissima: la formazione saggia della gioventú; la costituzione di un clero autoctono compatto e fedele; la consacrazione di tre vescovi missionari, tra cui san Giustino de Jacobis; l’adattamento all’ambiente e alla sensibilità religiosa, in particolare ai numerosi e severi digiuni abissini. Seppe abbinare all’evangelizzazione un’autentica promozione umana con la profilassi contro malattie endemiche, particolarmente contro il vaiolo, per cui fu acclamato «Padre del Fantatà (vaiolo)». Inoltre s’industriò per l’abolizione della schiavitú e per la diffusione dell’alfabetizzazione, per cui scrisse, di suo pugno, libri didattici. Creò centri assistenziali per fronteggiare le emergenze nei tempi, peraltro frequentissimi, di belligeranza e di carestia; si fece mediatore di pace nelle lotte tribali e interprete magistrale di sviluppo di quei popoli: favorí missioni diplomatiche e scientifiche, tanto da essere nominato dal governo italiano, il 1° marzo 1879, «ministro plenipotenziario» nel trattato d’amicizia e commercio tra l’Italia e lo Scioa.
Colpisce nel padre Massaja lo stile di vita non solo semplice, ma poverissimo. Era oberato, schiacciato dal lavoro materiale e diplomatico, tanto da stabilire proficue relazioni fra capi africani, autorità romane ed europee. Eroico poi il suo coraggio di dire la verità ai potenti, accompagnato però da una prudenza cristiana oculatissima, necessaria in quel mondo così complesso, dagli equilibri imponderabili. Le sue capacità organizzative e di governo gli assicurarono una grande autorità morale, strappandogli l’ammirazione persino dei nemici. I silenzi di Roma e la mancanza di direttive lungamente attese; i momenti, ripetutisi varie volte, in cui tutto sembrava perduto e la missione in rovina, avrebbero affossato chiunque, ma non monsignor Massaja che, come leone reso indomito dalla grazia, non si arrese mai.
Affronta tempeste di sabbia, pugni e schiaffi dai musulmani, febbri gialle e malariche, malattie tropicali e, oltre ad indossare i panni del mercante di forbici e aghi per sviare i nemici, diventa scienziato e medico nel tentativo di risolvere i problemi delle tre malattie più diffuse dell’Etiopia: la lue, la febbre gialla, il vaiolo. Naturalista e agronomo, pianta la vite e anche le patate: se ne fa spedire in busta mezza e poi la semina, ricavandone quattro bulbi. Ne sorge un grande campo, finché i porcospini non lo distruggono.
Linguista e glottologo, si mette sulle orme degli evangelizzatori Cirillo (827-869) e Metodio (ca. 815-885), componendo, come fecero loro per le terre slave, l’alfabeto del galli, fino ad allora lingua soltanto orale, traducendo ogni suono in alfabeto latino, perché adatto a trascrivere la «sillaba rotonda» della pronuncia galla. Lavoro enorme che consentirà di comporre la grammatica amarica e oromonica.
Lavoro enorme fu anche quello di trascrivere, di sua mano, catechismi e libri d’istruzione in più copie e in stampatello: tanto fu il suo scrivere in tal modo che non tornerà più al corsivo.
È il 1856, sono trascorsi dieci anni ormai dalla sua partenza e ora sembra che tutti gli siano indifferenti. Scrive ai Cappuccini, a Propaganda Fide, a Roma, ma non riceve nessun soccorso. Lui è in miseria, ha dato fondo a tutto. Gli anni passano ed è sempre più stanco, solo e isolato. Le fatiche e le croci del suo episcopato l’hanno fortemente invecchiato e il suo cuore è divenuto «come la schiena del riccio, tutto spine». Nelle sue pagine lascia parole intrise di sgomento e di lacrime:
«Sono stato assalito parecchie volte da una terribile malinconia, e fui tentato persino di lasciare tutto e andarmene al mio convento… fui persino tentato di farne qualcuna grossa, per guadagnarmi il riposo della santa inquisizione, che per me sarebbe cento volte migliore, ma il timore dell’offesa di Dio mi ha trattenuto… se la mia condotta è degna di rimprovero, allora come figlio ho diritto di sentire la voce della mia madre che mi grida e che mi castiga; se poi la mia condotta non è degna di rimprovero, ho diritto di essere sentito nei miei bisogni, ed anche aiutato e consolato nelle mie afflizioni [….]. Questo silenzio assoluto, questo vedersi gettato come un arnese inutile in un angolo della casa, senza nessun segno di pensiero per noi e mentre scrivo tengo il santo crocifisso nelle mani, raccomandando a Lui ogni parola».
Fa lo stampatore, il sarto, il ciabattino, tutti i mestieri sono suoi e, dopo aver lavorato come un martire, arriva la fame: «Qui il Vescovo si chiama Guglielmo, Guglielmo il segretario, Guglielmo si chiamano tutti i curialisti, Guglielmo il medico, il maestro di scuola; non basta: Guglielmo è il muratore, il sarto, il falegname, il fabbro ferraio con tutto il resto…».
L’esilio decretato dall’imperatore Joannes IV (1831-1889) il 3 ottobre 1879 troncherà definitivamente l’azione del vescovo, costringendolo alla rinuncia, che sarà redatta a Smirne il 23 maggio 1880.
L’apostolo dei Galla ispirò numerosissimi missionari e influì mirabilmente su fondatori di congregazioni religiose, come san Daniele Comboni (1831-1881) e il beato Giuseppe Allamano I.M.C. (1851-1926).
Tornato in Italia, anziano, ma ancora vivace e battagliero, si recò, nell’estate del 1889, nella città di San Giorgio a Cremano, alle falde del Vesuvio, a Villa Amirante, per trascorrere qualche giorno di riposo, dopo due ictus cerebrali subiti. Assistito dal suo segretario e dal fedele cameriere maltese, si dedicò alla correzione e stesura della sua monumentale opera biografica, di cui vide stampati i primi cinque volumi, mentre gli altri sette furono pubblicati post mortem, con l’ultimo uscito nel 1895.
Morì, di collasso cardiocircolatorio, proprio nell’estate di quell’anno, il 6 agosto 1889. Dopo i solenni funerali, il corpo venne tumulato nella cappella della Congregazione di Propaganda Fide al Verano e, per suo esplicito volere, traslato l’11 giugno 1890 a Frascati, nella chiesa dei Cappuccini. In questo convento vi è un interessante «Museo etiopico» con molti oggetti che lo ricordano il Servo di Dio, fra cui il suo leggendario bastone che portava sempre con sé.
La sua tomba è sovrastata da una statua del 1892 che lo rappresenta seduto, intento a riguardare i volumi dei suoi ricordi. Il processo di beatificazione iniziò nel 1914 (è Venerabile dal 2016), e nel 1939 la San Paolo film produsse il suo primo lavoro cinematografico raccontando, con un kolossal da cineteca, Abuna Messias, la storia di un martire, rimasto più e più volte miracolosamente in vita; un martire per l’Africa, che fece di tutto per portare a compimento le parole del Salmo 86: «Tutti i popoli che hai creato verranno e si prostreranno davanti a te, o Signore, per dare gloria al tuo nome; grande tu sei e compi meraviglie: tu solo sei Dio».

Autore: Cristina Siccardi


 




Vocazione tra i cappuccini
Lorenzo Antonio Massaja nacque l’8 giugno 1809 a La Braja, frazione di Piovà d’Asti, oggi Piovà Massaja. Trascorse l’adolescenza sotto la guida del fratello Guglielmo che era parroco a Pralormo. Frequentò come seminarista il Collegio Reale di Asti e il 6 settembre 1826, indossò il saio dei cappuccini alla Madonna di Campagna presso Torino: cambiò nome in Guglielmo, come quello del fratello prete.
Fu ordinato sacerdote a Vercelli il 16 giugno 1832, divenendo negli anni dal 1834 al 1836, direttore spirituale dell’Ospedale Mauriziano di Torino. Lì, oltre a diventare confessore del futuro santo Giuseppe Benedetto Cottolengo, ebbe la possibilità di apprendere le nozioni elementari di medicina e chirurgia.
Nei successivi dieci anni insegnò filosofia e teologia nel convento cappuccino di Moncalieri e assistette spiritualmente il futuro re Vittorio Emanuele II, incaricato dal padre Carlo Alberto, e il poeta patriota Silvio Pellico.

Vescovo missionario in Etiopia
Nel 1846, il cattolicesimo in Etiopia si era abbastanza diffuso, per cui il papa Gregorio XVI, istituì il Vicariato Apostolico dei Galla, nominando proprio il Massaja a reggerlo: per questo venne consacrato vescovo a Roma, il 24 maggio del 1846. I Galla, o meglio, gli Oromo, sono un gruppo etnico dell’Africa Orientale.
Monsignor Guglielmo Massaja lasciò l’Italia il 4 giugno 1846, ma raggiunse la sua missione solo il 21 novembre 1852, cioè sei anni dopo, pagando un prezzo inaudito di sofferenze. Attraversò otto volte il Mediterraneo, dodici volte il Mar Rosso; tentò per quattro volte di entrare nella blindata Abissinia, dal Mar Rosso, dall’Oceano Indiano e dal Sudan; subì quattro esili e quattro prigionie e per ben diciotto volte rischiò di morire.

Le fasi della sua missione
La sua opera apostolica si può dividere in periodi ben definiti: la missione dei Galla (1852-63); la permanenza in Europa (1864-66); la missione dello Scioa (1869-79). Nei 35 anni che caratterizzarono la sua opera missionaria, organizzò un clero locale compatto e fedele e compilò un catechismo accessibile ai fedeli e adeguato alla mentalità locale. Fondò poi molte stazioni missionarie in tutto il territorio abissino, fra cui Infinnì, che diventerà capitale dell’Etiopia nel 1889, con il nome di Addis Abeba.
Abbinò all’evangelizzazione una vasta opera sociale con la profilassi contro le malattie endemiche come il vaiolo: per questo fu chiamato «Padre del Fantatà» («Padre del vaiolo»). Inoltre, promosse l’abolizione della diffusissima schiavitù, scrisse di proprio pugno manuali scolastici per favorire l’istruzione, pubblicò in Europa la prima grammatica della lingua Galla, pacificò i contendenti nelle lotte tribali, creò centri di assistenza durante le carestie e le frequenti guerre.
Per la sua azione a favore delle missioni diplomatiche e scientifiche, fu nominato dal governo italiano ministro plenipotenziario nel trattato d’amicizia e commercio fra l’Italia e lo Scioa (Etiopia) il 1° marzo 1879.
Monsignor Massaja aveva uno stile di vita poverissimo. Per sfuggire alla cattura da parte dei suoi nemici, si travestiva da mercante e viaggiava abitualmente a piedi nudi. Tesseva continuamente relazioni fra i capi africani e l’Europa, dove tornò cinque volte; il re Menelik II lo trattenne come consigliere.

Il rimpatrio forzato e il cardinalato
Tutto questo finché il decreto dell’imperatore Joannes IV del 3 ottobre 1879, bloccò definitivamente l’azione di monsignor Massaja, che era stato soprannominato «Abuna Messias» dal suo avversario, il vescovo copto Abuna Salama: dovette firmare una rinuncia il 23 maggio 1880.
Papa Leone XIII, suo grande estimatore, lo rese arcivescovo e poi, il 10 novembre 1884, lo creò cardinale, premiando così il suo servizio a favore dell’evangelizzazione. Dietro suggerimento del Pontefice, il cardinal Massaja diede quindi inizio alla stesura delle sue memorie.

La morte
Ormai anziano e malato, nel 1889 stava trascorrendo qualche giorno di riposo presso Villa Amirante a San Giorgio a Cremano, in provincia di Napoli, ospite di alcuni amici. Era già il secondo anno che si recava lì per ritemprarsi: aveva subito due ictus cerebrali. Passava il suo tempo in maniera ritirata, dedicandosi, assistito dal suo segretario e dal suo fedele cameriere maltese, alla correzione e stesura della sua monumentale opera biografica: «I miei 35 anni di Missione nell’Alta Etiopia».
Il 6 agosto 1889, un collasso cardiocircolatorio lo portò alla morte. Alla notizia della sua scomparsa, papa Leone XIII esclamò: «È morto un santo!». Gli altri sette volumi delle sue memorie furono pubblicati in seguito; l’ultimo uscì nel 1895. Sulla facciata di Villa Amirante, in via Cavalli di Bronzo a San Giorgio a Cremano, è stata collocata una lapide, la cui iscrizione recita: «In questa casa – il cardinale Guglielmo Massaia – si estinse il 6 agosto 1889 – dopo lunga vita di apostolato per diffondere – la luce della civiltà e della fede – nei paesi fino allora inesplorati – della barbara Etiopia»
Il corpo del cardinal Massaja fu trasportato via ferrovia a Roma e tumulato nella cappella della Congregazione di Propaganda Fide al cimitero del Verano. L’11 giugno 1890, in ossequio ad un suo desiderio, fu traslato a Frascati nella chiesa dei Cappuccini, dov’è tuttora.
La tomba è sovrastata da una statua del 1892 che lo raffigura seduto, intento a riguardare i volumi dei suoi ricordi, scritti per volere del Papa. Nello stesso convento cappuccino c’è un interessante Museo etiopico con molti oggetti che lo ricordano, fra cui il leggendario bastone che portava dappertutto.
Nel 1939 la Romana Editrice Film, braccio operativo della Società San Paolo nel campo del cinema, produsse il suo primo lavoro cinematografico: «Abuna Messias», basato sul racconto dell’epopea missionaria del cardinale cappuccino.

Il processo di beatificazione: gli inizi e gli ostacoli
Nel frattempo, nel 1914, era stata avviata la causa di beatificazione del cardinal Massaja, a venticinque anni dalla morte, a opera dei padri Cappuccini. Furono aperti quattro processi canonici contemporaneamente: a Frascati, Napoli (nel cui territorio diocesano era morto il cardinale cappuccino), Torino e Asti. Di un quinto processo, svolto in Etiopia, si sono persi i documenti. Tuttavia, nel gennaio 1916, quando la causa era stata trasferita a Roma, papa Benedetto XV ne ordinò la sospensione, senza addurre alcuna motivazione scritta.
Il 5 dicembre 1941 venne aperto a Frascati il processo ordinario diocesano: dieci giorni dopo, il 15 dicembre, padre Raffaele da Valnegra, allora Postulatore generale dei Cappuccini, chiese di poter riesaminare la documentazione. La Sacra Congregazione dei Riti, alla quale competevano all’epoca i processi di beatificazione, non diede alcun impedimento a riguardo. Tuttavia, la causa rimase ferma per oltre un quarantennio.

La ripresa del processo
In seguito alla promulgazione delle norme rinnovate per lo svolgimento dei processi di beatificazione, avvenuta nel 1983, la causa venne riconsiderata in base ai nuovi criteri. Il 21 luglio 1987 la Santa Sede rilasciò il nulla osta, ma il processo ripartì del tutto il 22 maggio 1993, quando il Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi rese pubblica una specifica determinazione in tale senso espressa dal Papa san Giovanni Paolo II. Ebbe gran peso a riguardo l’opinione del cardinal Angelo Sodano, astigiano come il Massaja e all’epoca Segretario di Stato, che l’aveva in alta considerazione sin dai tempi del Seminario.
Sempre in linea con le nuove norme, era necessario, per il proseguimento del processo, che si realizzasse un’inchiesta suppletiva sulla fama di santità nei luoghi dove il Servo di Dio era vissuto. Questa nuova fase si è aperta il 7 marzo 2003 nella diocesi di Frascati e si è conclusa il 10 marzo 2004. Ad essa è stata aggiunta un’ulteriore indagine in Etiopia, nella diocesi di Emdibir, conclusa il 10 marzo 2009. Entrambe le inchieste sono state poi convalidate dalla Congregazione delle Cause dei Santi.
Nel giugno 2014 è stata consegnata a Roma la “Positio super virtutibus”, approvata dai Consultori storici il 21 ottobre 2014. Anche i Consultori teologi e i cardinali e vescovi membri della Congregazione delle Cause dei Santi hanno dato parere positivo circa l’esercizio in grado eroico delle virtù cristiane da parte del Servo di Dio.
Infine, il 1° dicembre 2016, papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto con cui il cardinal Guglielmo Massaja veniva dichiarato Venerabile.
Nel 2009 è stata riferita in maniera informale all’allora Postulatore generale dei Cappuccini, padre Florio Tessari, la notizia di una presunta guarigione miracolosa avvenuta per sua intercessione. Si è quindi proceduto alla raccolta della relativa documentazione medica.


Autore:
Antonio Borrelli ed Emilia Flocchini


Note:
Per approfondire:
Cristina Siccardi "Il Cardinale Guglielmo Massaja missionario in Africa. Nella solitudine della Croce" San Paolo Edizioni, 2011

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Aggiunto il 2017-02-27

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