La festa liturgica è celebrata dalla Chiesa latina e risale al VI secolo. Paolo, che si descrive come "indegno di essere chiamato apostolo", è diventato testimone della risurrezione di Cristo dopo averlo visto risorto. La sua vocazione è stata diretta da Gesù sulla via di Damasco, dove ha vissuto una conversione profonda. Nonostante avesse perseguitato i cristiani in buona fede, la grazia di Cristo lo ha trasformato, rivelandogli l'unità tra Cristo e i credenti. Le sue lettere riflettono il miracolo della grazia che ha vissuto, concludendo che Cristo è venuto per salvare i peccatori, di cui lui stesso è il primo.
Martirologio Romano: Festa della Conversione di san Paolo Apostolo, al quale, mentre percorreva la via di Damasco spirando ancora minacce e stragi contro i discepoli del Signore, Gesù in persona si manifestò glorioso lungo la strada affinché, colmo di Spirito Santo, annunciasse il Vangelo della salvezza alle genti, patendo molto per il nome di Cristo.
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“Chi ci separerà dall’amore di Cristo? La tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, i pericoli, la spada? Secondo quanto sta scritto: per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno, fummo reputati come pecore da macello. Ma in tutte queste cose noi stravinciamo in grazia di Colui che ci amò. Sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né potestà, né presente né futuro, né altezze né profondità, né qualunque altra cosa creata potrà separarci dall’amore che Dio ha per noi in Cristo Gesù nostro Signore”. (Rm 8, 35-39) È paziente il Signore, e la Sua grazia si manifesta in molti modi e in molti luoghi. Aspettò Saulo sulla via verso Damasco, per mutarne il cuore e renderlo uno dei suoi apostoli più fedeli. Per farlo Santo. Lo abbracciò con la Sua luce e con la Sua voce mentre galoppava verso la città in cui si erano rifugiati molti cristiani. Prede da stanare, a cui lo aveva autorizzato il Sommo Sacerdote.
Fariseo di nascita, custode dell’ortodossia Era ebreo, Saulo, appartenente alla setta dei farisei, la più rigorosa. Perciò fu naturale per lui, formatosi alla scuola di Gamaliele, tramutare la più fedele osservanza della legge mosaica nella più terribile persecuzione dei primi cristiani. Dopo averli cacciati da Gerusalemme, decise di raggiungerli fino a Damasco, dove si erano nascosti. Ma era proprio qui che il Signore lo aspettava.
L’incontro con Gesù E avvenne che, mentre era in viaggio e stava per avvicinarsi a Damasco, all'improvviso lo avvolse una luce dal cielo e, cadendo a terra, udì una voce che gli diceva: "Saulo, Saulo, perché mi perséguiti? (At 9,4)". “Chi sei?”, chiese. “Quel Gesù che tu perseguiti”, si sentì rispondere. “Cosa vuoi che io faccia, Signore?”, chiese ancora. “Va’ a Damasco e là ti mostrerò la mia volontà”, gli rispose di nuovo. Così, cieco e ammutolito, ma con animo nuovo, arrivò a Damasco e qui rimase tre giorni in digiuno e costante preghiera, finché fu raggiunto dal sacerdote Anania – altro Santo che la Chiesa ricorda sempre oggi – che lo battezzò nell’amore di Cristo ridonandogli non solo la vista degli occhi, ma anche quella del cuore.
L’evangelizzazione in cammino Sarà proprio a Damasco che Paolo inizierà la sua predicazione, per spostarsi, poi, a Gerusalemme. Qui incontrerà Pietro e gli altri apostoli: diffidenti, all’inizio, poi lo accoglieranno tra loro e gli parleranno a lungo di Gesù. Tornato nella nativa Tarso, proseguì l’opera di evangelizzazione, scontrandosi sempre con la perplessità di molti, ebrei e cristiani, per il cambiamento avvenuto. Dopo Tarso Paolo andrà ad Antiochia, dove prenderà contatti con la comunità locale. Primo vero missionario della storia, con l’esigenza di portare la Parola a tutte le genti, nessuno ormai avrebbe potuto separare Paolo dall’amore di Cristo.
Fonte: Vatican News
Dalle «Omelie» di san Giovanni Crisostomo, vescovo Che cosa sia l'uomo e quanta la nobiltà della nostra natura, di quanta forza sia capace questo essere pensante, lo mostra in un modo del tutto particolare Paolo. Ogni giorno saliva più in alto, ogni giorno sorgeva più ardente e combatteva con sempre maggior coraggio contro le difficoltà che incontrava. Alludendo a questo diceva: Dimentico il passato e sono proteso verso il futuro (cfr. Fil 3, 13). Vedendo che la morte era ormai imminente, invita tutti alla comunione di quella sua gioia dicendo: «Gioite e rallegratevi con me» (Fil 2, 18). Esulta ugualmente anche di fronte ai pericoli incombenti, alle offese e a qualsiasi ingiuria e, scrivendo ai Corinzi, dice: Sono contento delle mie infermità, degli affronti e delle persecuzioni (cfr. 2 Cor 12, 10). Aggiunge che queste sono le armi della giustizia e mostra come proprio di qui gli venga il maggior frutto, e sia vittorioso dei nemici. Battuto ovunque con verghe, colpito da ingiurie e insulti, si comporta come se celebrasse trionfi gloriosi o elevasse in alto trofei. Si vanta e ringrazia Dio, dicendo: Siano rese grazie a Dio che trionfa sempre in noi (cfr. 2 Cor 2, 14). Per questo, animato dal suo zelo di apostolo, gradiva di più l'altrui freddezza e le ingiurie che l'onore, di cui invece noi siamo così avidi. Preferiva la morte alla vita, la povertà alla ricchezza e desiderava assai di più la fatica che non il riposo. Una cosa detestava e rigettava: l'offesa a Dio, al quale per parte sua voleva piacere in ogni cosa. Godere dell'amore di Cristo era il culmine delle sue aspirazioni e, godendo di questo suo tesoro, si sentiva più felice di tutti. Senza di esso al contrario nulla per lui significava l'amicizia dei potenti e dei principi. Preferiva essere l'ultimo di tutti, anzi un condannato, però con l'amore di Cristo, piuttosto che trovarsi fra i più grandi e i più potenti del mondo, ma privo di quel tesoro. Il più grande ed unico tormento per lui sarebbe stato perdere questo amore. Ciò sarebbe stato per lui la geenna, l'unica sola pena, il più grande e il più insopportabile dei supplizi. Il godere dell'amore di Cristo era per lui tutto: vita, mondo, condizione angelica, presente, futuro, e ogni altro bene. All'infuori di questo, niente reputava bello, niente gioioso. Ecco perché guardava alle cose sensibili come ad erba avvizzita. Gli stessi tiranni e le rivoluzioni di popoli perdevano ogni mordente. Pensava infine che la morte, la sofferenza e mille supplizi diventassero come giochi da bambini quando si trattava di sopportarli per Cristo.
Autore: Piero Bargellini
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Aggiunto/modificato il 2025-01-25