La Spagna, durante la prima guerra mondiale (1914-1918), grazie alla sua
neutralità, godette di un periodo di espansione economica.
Politicamente, però, cadde in una grave crisi a causa della debolezza
della monarchia costituzionale, i frequenti cambiamenti di governi - 13
dal 1917 al 1923 -, le ispirazioni autonomistiche della Catalogna, ma
soprattutto la irrisolta tensione tra i grandi proprietari terrieri
appoggiati dall'esercito e dalla Chiesa, e la classe operaia imbevuta di
idee radicali e socialiste. Il 13 setttembre 1923 Miguel Primo de
Rivera (1870-1930), governatore militare della Catalogna, con il
consenso del re Alfonso XIII († 1941), sciolse il parlamento e instaurò
la dittatura, ma non fu gradita dal popolo spagnuolo. Difatti, essa
cadde con le elezioni municipali del 13 aprile 1931, vinte dai
sostenitori di un governo repubblicano.
Il nuovo regime fu accettato dai vescovi e da molti cattolici, ma ben
presto sfumarono le speranze di pacifica convivenza e collaborazione tra
la Chiesa e lo Stato. La politica antireligiosa venne
istituzionalizzata dall'art. 26 della nuova costituzione promulgata il 9
dicembre 1931. Sotto la guida di Manuel Azana y Diaz († 1940), il
governo decretò, tra infuocati discorsi anticlericali, la separazione
della Chiesa dallo Stato, sciolse la Compagnia di Gesù, promulgò la
legge del divorzio, proibì ai religiosi di dedicarsi all'insegnamento, e
lasciò praticamente all'arbitrio delle autorità municipali il servizio
del culto. La S. Sede, tramite il Nunzio Apostolico Federico Tedeschini,
cercò di stabilire un proficuo dialogo con il governo repubblicano;
l'episcopato spagnuolo il 25 maggio 1933 intervenne collettivamente a
motivo della "legge di confessioni e associazioni religiose" definita
antigiuridica e attentatrice ai diritti dell'uomo; Pio XI il 3 giugno
successivo pubblicò l'enciclica Dilectissima nobis sulla grave
situazione della Chiesa in Spagna, ma tutti questi tentativi risultarono
del tutto inefficaci. L'organo del partito socialista, il più forte del
parlamento, il 18 agosto 1931 aveva avuto la sfrontatezza di scrivere:
"Bisogna distruggere la Chiesa e cancellare da tutte le coscienze il suo
infamante influsso". A El Socialista fece eco una pleiade di giornali
nazionali e provinciali tutti diabolicamente impegnati nel presentare la
Chiesa Cattolica come nemica del popolo e del regime repubblicano,
immensamente ricca e alleata degli oppressori.
La rivoluzione delle Asturie nell'ottobre del 1934, contro un governo
repubblicano di destra sorto da regolari elezioni politiche, produsse le
prime vittime tra i sacerdoti e i religiosi. Le successive elezioni del
16 febbraio 1936 portarono di nuovo al potere i partiti di sinistra,
coalizzati nel cosiddetto "Fronte Popolare", ma la violenza
rivoluzionaria anziché diminuire andò crescendo talmente da mettere a
repentaglio la stessa stabilità del governo, incapace di controllare
l'ordine pubblico. Per aizzare le masse contro la Chiesa e le sue
istituzioni, la massoneria, il partito degli anarchici, dei socialisti
più radicali, capeggiati da Largo Caballero († 1946), dei comunisti
leninisti, giunsero persino a fare circolare delle accuse di crimini
mostruosi, infamanti e assolutamente falsi contro suore, preti e
religiosi. Non stupisce, perciò, se durante la guerra civile, i popolani
armati, detti miliziani, molte volte pronunciarono frasi come queste:
"È un prete, è una suora, ammazziamoli!".
L'opposizione al governo del Fronte Popolare si manifestò subito con una
coalizione dei movimenti politici di centro-destra, appoggiati
dall'esercito, sotto la guida del generale J. Sanjurjo Sacanell († 1936)
e, sul piano politico, dal deputato monarchico Calvo Sotelo al quale
non era mancato il coraggio di affermare che il governo non riusciva a
controllare le attività dell'estrema sinistra.
Quando costui fu assassinato per mano di elementi di sinistra, il 17
luglio 1936 il presidio di Melilla, nel Marocco spagnuolo, si sollevò.
Il pronunciamiento il giorno dopo si estese subito a tutto il territorio
nazionale, ma ebbe il sopravvento soltanto nella Galizia, nel Leon,
nella Vecchia Castiglia e nella Navarra. Toccherà al generale Francesco
Franco Bahamonde (1892-1975), con il consistente aiuto in uomini e mezzi
dell'Italia e della Germania, ricomporre Punita nazionale. Fino al 1°
aprile 1939, però, la guerra civile sarà condotta con estremo
accanimento e con grande brutalità da entrambe le parti, e lascerà sul
campo di battaglia non meno di mezzo milione di morti.
Fin dall'inizio della guerra civile i nazionalisti diedero a vedere di
possedere unità di comando e di azione, mentre i repubblicani apparivano
privi di forza militare e in balia dei comitati operai e anarchici i
quali, praticamente, esercitavano tutte le funzioni tanto civili quanto
militari.
Tra loro venne a verificarsi, soprattutto nei primi mesi di guerra, una
situazione di duplice potere, alla quale pose termine Largo Caballero,
soprannominato il "Lenin spagnuolo", con la costituzione nel 1936 di un
gabinetto di coalizione. Frattanto, prima del 18 luglio 1936, erano già
stati uccisi 17 sacerdoti e religiosi; dal 18 al 31 luglio 861; nel mese
di agosto 2077, tra cui 10 vescovi. Dal 18 luglio 1936 al 1° aprile
1939 la Chiesa spagnuola tra i suoi consacrati conterà 6832 vittime di
cui 4184 sacerdoti e seminaristi diocesani, 2365 religiosi e 283 suore.
Di molti dei martirizzati è stata introdotta la causa di beatificazione.
Tra i primi conventi che i miliziani presero di mira ci fu quello di
Daimiel, non molto lontano da Ciudad Real, nella nuova Castiglia,
santificato da 31 Passionisti, tra sacerdoti, studenti e fratelli
coadiutori, intenti solo alla propria formazione. In quel tempo tra
loro, da pochi giorni, si trovava pure il P. Provinciale Niceforo di
Gesù e Maria in visita canonica. Costui era nato il 17 febbraio 1893 a
Herreruela (Palencia) da Vincenzo Diez e Balbina Tejerina, ferventi
cristiani. A 13 anni aveva chiesto di essere ammesso nel collegio che i
Passionisti avevano aperto a Penafiel (Valladolid); a 15 anni fu ammesso
al noviziato in cui si distinse per il comportamento pio e ubbidiente, e
il 17 marzo 1909 alla professione.
Il beato si preparò al sacerdozio studiando successivamente a Penafiel,
Corella (Navarra), Toluca (Messico) e a Chicago (USA) dove fu ordinato
sacerdote il 17 giugno 1916 con dispensa dall'età. In seguito fu
destinato dai superiori al convento di Santa Chiara (Cuba) perché
facesse scuola, predicasse, confessasse, e dirigesse il canto. Dal 1921
al 1926, P. Niceforo fu mandato nel Messico perché, a tempo pieno,
attendesse alla predicazione di missioni popolari e di esercizi
spirituali alle comunità religiose un po' dovunque, giacché possedeva
una grazia speciale nell'esporre al pubblico la dottrina cristiana.
Quando nel Messico scoppiò la persecuzione contro la Chiesa, egli
ritornò a Cuba dove, per sei anni, fu nominato superiore del convento di
L'Avana, nella cui chiesa confessò e predicò senza posa essendo molto
frequentata dai fedeli.
Nel 1932 il P. Niceforo dovette ritornare in patria perché nel capitolo
provinciale era stato eletto primo consultore. Fu incaricato della
fondazione di due piccole case della congregazione, ed egli portò a
termine il compito ricevuto a Barcellona e a Valenza. Eletto
Provinciale, nel 1935 si stabilì a Saragozza. Poco dopo iniziò la visita
canonica ai conventi che dipendevano dalla sua giurisdizione in
Venezuela, a Cuba, nel Messico e nella Spagna. Giunse in quello di
Daimiel poco prima dell'inizio dell'insurrezione dei nazionalisti.
Scrisse difatti il 15 luglio 1936 al primo consigliere: "Qui i
confratelli stanno tutti bene. Sono però talmente spaventati che di
notte non riescono a dormire soprattutto adesso, dopo l'assassinio di
Calvo Sotelo, perpetrato dai rossi, satelliti del governo". Ne avevano
ben donde. Difatti, nel cuore della notte, tra il 21 e il 22 luglio,
alcuni miliziani si presentarono alla loro portineria e dissero: "Per
ordine dell'autorità entro mezz'ora dovete abbandonare il convento".
Il P. Niceforo ai 9 sacerdoti, ai 18 studenti e ai 4 fratelli coadiutori
che componevano la comunità ordinò di alzarsi, di indossare abiti
civili e scendere in chiesa. Prevedeva evidentemente momenti dolorosi
per i suoi religiosi. Difatti, dopo avere indossato cotta e stola e
fatto recitare loro l'atto di contrizione, impartì a tutti l'assoluzione
dai loro peccati, a sua volta chiese al P. Rettore che lo assolvesse
dai propri e, quindi, prima di consumare le ostie conservate nel
ciborio, disse loro con voce rotta dall'emozione: "Figli miei, questo è
il nostro Getsemani... La nostra debole natura si sgomenta e viene
meno...; però Gesù Cristo sta qui con noi... Egli fu confortato da un
angelo, noi siamo confortati e sostenuti dallo stesso Gesù Cristo... Tra
pochi istanti staremo con Cristo... Abitanti del Calvario, animo, a
morire per Cristo... Spetta a me incoraggiarvi, e io stesso mi sento
stimolato dal vostro esempio a farlo". Consumate le sacre specie, il P.
Provinciale disse ai religiosi che li lasciava liberi di agire come
sembrava loro più opportuno, poi ordinò che fossero aperte le porte
della chiesa, e invitò chi fungeva da "capo" dei miliziani ribelli -
circa duecento - a dare ad essi subito la morte se era stato decretato
che dovevano morire. "Non vi uccideremo - gli rispose costui - vi
condurremo alla stazione dalla quale potrete andare dove vi pare. Del
vostro convento ha bisogno il popolo". Furono invece condotti, per vie
buie e deserte, in doppia fila, fino al cimitero. Strada facendo
ciascuno pregò Dio e la Vergine SS. perché gli concedesse la forza di
resistere ai dolori del martirio. I miliziani non li fucilarono, ma
dissero loro: "Andate avanti e state attenti a non metter più piede a
Daimiel perché allora non risponderemo della vostra vita". La feccia del
popolo, aizzata dalla stampa anticlericale, li avrebbe evidentemente
aggrediti e massacrati senza pietà.
Ottenuta la insperata libertà, al crocicchio della strada che porta a
Bolanos, i Passionisti si fermarono e, dopo avere pregato e ricevuto
ognuno 25 pesetas dal Provinciale, decisero di separarsi in quattro
gruppi e di raggiungere per vie diverse Madrid. Due di essi si diressero
alla stazione ferroviaria del "Campillo", tra Daimiel e Almagro. Il
gruppo diretto dal P. Niceforo si era proposto di raggiungere
Manzanares; quello diretto dal P. Germano di Gesù e Maria, rettore dello
studentato, Ciudad Real. Degli altri due gruppi, uno si sarebbe
incamminato verso Malagón, e l'altro verso Torralba.
I due gruppi di Passionisti che giunsero a piedi al "Campillo" nelle
prime ore del mattino del 22 luglio il capo stazione diede quattro pani e
un po' di baccalà perché si rifocillassero. I profughi gli dimostrarono
la propria riconoscenza facendogli dono di quattro crocifissi. Con il
treno delle ore 10 partì per Ciudad Real il gruppo di Passionisti
guidati dal P. Germano. Vi giunsero verso mezzogiorno, ma alla stazione
furono arrestati. Qualcuno telefonò alla prefettura dicendo: "Si trovano
qui alcuni sacerdoti che sparano contro il popolo". Diversi miliziani
misero una corda al collo ai nove Passionisti che componevano il gruppo,
e poi li condussero alla prefettura in fila indiana tra le scomposte
grida della plebaglia. Nel passare accanto a una casa in costruzione un
forsennato scagliò un mattone contro lo studente Giuseppe Oséz Sàinz di
Gesù e Maria, e lo ferì a un orecchio. Essendo privi di documenti, il
prefetto diede ordine all'avvocato Antonio Sànchez Santillana, suo
segretario, di procurare ad essi un salvacondotto in cui risultasse che
erano religiosi passionisti del convento da Daimiel, e che erano diretti
a Madrid. Per impedire che fossero linciati nella stazione di Ciudad
Real, li fece trasportare con una camionetta a Malagón perché
prendessero il treno Badajos-Madrid delle 16.30.
Strada facendo, non fu difficile ai miliziani che infestavano treni e
stazioni, riconoscerli per quello che erano dai loro salvacondotti.
Giunti a Madrid verso le nove della notte, alla fermata di Carabanchel
Bajo li fecero scendere dal treno e li fucilarono rapidamente e senza
pietà contro il muro di cinta di una villa. Un certo Patrocinio, che
sarà condannato a morte dopo la guerra civile, a massacro compiuto
esclamò: "Questa canaglia non farà più del male!". Il signor Sànchez
Santillana, nel processo canonico, dichiarò che era rimasto molto
ammirato dell'inalterabile serenità di cui quei religiosi avevano dato
prova. "Da quello che vidi e toccai con mano, sono pienamente e
intimamente convinto che erano stati condannati a morte fin da quando i
miliziani li avevano costretti a lasciare il loro convento, e che si
trasmettevano per telefono quest'ordine da una stazione all'altra".
Secondo il suo parere erano da considerarsi tutti martiri sia perché non
avevano opposto resistenza, e sia perché erano stati fucilati in quanto
religiosi.
Alla sera di quello stesso giorno, i dodici Passionisti che erano
rimasti al "Campino" con il P. Provinciale, presero il treno per
Manzanares con la speranza di non essere riconosciuti al loro passaggio
di notte per Daimiel. Strada facendo i Passionisti non erano liberi
quanto loro sembrava. Coloro che li avevano cacciati dal loro convento
ne seguivano i movimenti. Difatti, appena oltrepassarono Daimiel, per
telefono un miliziano avvertì un suo collega a Manzanares dicendogli:
"Ti mando carne fresca, non lasciarla passare. Stanno per giungere lì i
Passionisti di Daimiel".
Appena arrivarono in stazione furono arrestati, condotti in municipio e
chiusi per tutta la notte nelle carceri. La mattina dopo furono
ricondotti alla stazione perché prendessero il treno delle 6 per la
capitale. Mentre il funzionario dava loro il biglietto, uno dei "capi"
rossi gli si avvicinò e lo rimproverò con la pistola in pugno per avere
facilitato ai religiosi il passaggio per Madrid. Allora il P. Niceforo
gli si buttò ai piedi, e lo supplicò di essere clemente per l'impiegato
che aveva compiuto il suo dovere. Il gesto di umiltà del santo religioso
mandò su tutte le furie il miliziano e la gente che si trovava nella
stazione. Inferociti, afferrarono i dodici Passionisti, li condussero in
un campo vicino alla stazione e mentre cercavano di scappare, fecero
fuoco su di loro come fossero dei cani randagi. Il P. Niceforo cadde a
terra ferito, ma con il sorriso sul labbro. Uno degli assassini gli
rinfacciò: "Nonostante quello che ti è capitato, ancora ridi? ". E lo
freddò con due colpi sparati a bruciapelo. In terra rimasero immersi nel
proprio sangue oltre il P. Niceforo, Giuseppe dei SS. Cuori, Epifanio
di S. Michele. Abilio della Croce e Zaccaria del SS. Sacramento.
Soltanto verso le ore 10 i morti e i feriti furono raccolti e portati
dalla Croce Rossa all'Ospedale. I sopravvissuti al vedersi circondati
dalla bontà delle Suore della Carità esclamarono con un sospiro di
sollievo: "Siano rese grazie a Dio". Più tardi uno di loro dirà: "Molto
dovemmo soffrire, ma quando, mentre ci trasportavano in barella, alcuni
dei facinorosi ci percossero con le pantofole di corda, la nostra anima
ne rimase piagata". Fulgenzio del Cuore di Maria giunse in ospedale
privo di sensi. Appena morì il P.Ildefonso esclamò: "Fortunato lui che
ha conseguito la palma del martirio, mentre a noi è sfuggita di mano".
Nella notte, pur essendo ferito, il Padre si trascinò come poté accanto
al letto del suo vicino che stava per morire e gli diede l'assoluzione.
Le suore dell'ospedale avevano nascosto il SS. Sacramento. Per impedirne
la profanazione da parte dei miliziani il medesimo Padre ne fece parte
tanto alle suore quanto ai confratelli. Fu quella la loro ultima
comunione. Il giorno dopo, 24 luglio 1936, i miliziani di Guadalajara
(Nuova Castiglia), daranno la morte nello stesso modo e per lo stesso
motivo a tre Carmelitane del convento di S. Giuseppe, beatificate da
Giovanni Paolo II il 29 marzo 1987: Suor Maria Filar di S. Francesco
Borgia, Suor Maria degli Angeli di S. Giuseppe e Suor Teresa di Gesù
Bambino. Dopo la guerra le salme dei 26 martiri Passionisti furono
riesumate e identificate. Dal 23 aprile del 1941 sono venerate nella
cripta della chiesa del convento di Daimiel. Giovanni Paolo II ne
riconobbe il martirio il 28 novembre 1988 e li beatificò il 1° ottobre
1989.
Autore: Guido Pettinati
|