+ 1941/1945
I martiri di Jasenovac furono commemorati per la prima volta nei calendari ecclesiastici dalla diocesi ortodossa serba negli Stati Uniti e in Canada nel 1980. Nei calendari stampati dall'allora diocesi d'America e Canada a New Gračanica , vicino a Chicago , venne pubblicata anche la festa dei martiri di Jasenovac. Successivamente, dopo la guarigione di quella grande ferita della Chiesa, per grazia del Patriarca Pavle , del Metropolita Irinej e di altri arcivescovi, il Santo Sinodo dei Vescovi della Chiesa Ortodossa Serba ha deciso che la loro memoria possa essere inserita e celebrata nei calendari stampati dai vescovi serbi all'estero. Dal 2010 la festa dei Santi Nuovi Martiri di Jasenovac è vincolante per tutta la Chiesa ortodossa serba. Il 16 aprile 2010, il Santo Sinodo dei Vescovi della Chiesa Ortodossa Serba ha deciso di canonizzare i Santi Nuovi Martiri di Jasenovac, con la loro festa il 31 agosto del calendario giuliano (13 settembre del calendario gregoriano). I Nuovi Martiri di Jasenovac sono venerati e celebrati liturgicamente principalmente nel monastero di Jasenovac .
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Nel maggio del 1941, le milizie nazionaliste croate allestiscono il lager di Jasenovac, nel quale verranno uccisi tra il 1941 e il 1945 centinaia di migliaia di internati, in gran parte serbi ed ebrei.
In quello stesso periodo, il regime ustascia del dittatore Ante Pavelić, appoggiato da Hitler e da Mussolini e ben visto da una parte della gerarchia cattolica, conduce al massacro cinquantamila ebrei, settecentomila ortodossi serbi, e perfino qualche cattolico sloveno, distruggendo pressoché tutte le sinagoghe della Croazia e duecentonovantanove chiese ortodosse.
Il Patriarcato ortodosso serbo pagò un prezzo altissimo alla furia devastatrice degli ustascia: sei vescovi, oltre trecento preti e duecentoventidue religiosi persero la vita in quel breve arco di tempo. Nella sola eparchia ortodossa di Plaski, rimasero in vita non più di cinque presbiteri su centotrentasette. I capi religiosi, i rabbini da una parte e i metropoliti dall'altra, furono costretti a patire in pubblico, da vivi e da morti, efferatezze inenarrabili.
Tra i principali collaboratori del regime antiumano di Pavelić vi furono perfino alcuni religiosi cattolici. Pochi furono i loro vescovi che levarono la voce in favore degli ebrei, quasi nessuno lo fece per difendere i serbi.
Il martirio della Chiesa serba e degli ebrei croati, certo motivato anzitutto dagli odi nazionalistici a lungo alimentati in quelle terre di confine, deve essere un monito a ricordare come le fedi religiose debbano in ogni tempo vigilare sulla strumentalizzazione di cui possono essere fatte oggetto, e i cui esiti nella storia sono stati sempre devastanti. Ma ogni cristiano è chiamato a verificare quanto sia compatibile la fede di Cristo con qualsiasi ideologia che non sappia riconoscere la dignità e l'inviolabilità della vita di ogni uomo.
Quando ti trovi nelle gole di Prebilovci, fra i teschi dei serbi ammassati senza pietà dagli ustascia, allora riaffiora l'eterna domanda di Giobbe, in modo ossessivo, perché noi siamo incapaci di dare una risposta a tale domanda. A quale dio della morte sono stati sacrificati quei martiri, e a quale dio dell'amore, della giustizia, della misericordia, se il nostro Dio è un dio onnipotente?
Se Cristo non esistesse, se non ci fossero stati la sua venuta e il suo martirio, allora questa domanda sarebbe destinata a rimanere senza risposta, con tutto il non senso che essa racchiude. All'indomani del pogrom di Kraljevo del 1942, guidato dalle truppe hitleriane, quando le famiglie dei fucilati vennero per dar loro sepoltura, una delle vittime chiese al prete che si trovava in quel luogo: «Padre, dov'era Dio ieri mentre mio figlio veniva fucilato?». Il prete condusse allora quel padre di famiglia nella chiesa, e mostrandogli il crocifisso gli rispose: «Ecco dov'era».
Cristo ha perdonato mentre si trovava sulla croce. E noi, come possiamo perdonare? Non vi è altra via se non quella che consiste nel ricercare nelle profondità del nostro cuore quelle scintille d'amore che non cessano mai di ardere in ogni cristiano, e che il Cristo è venuto a ravvivare con il suo insegnamento e la sua vita.
(Pavle, patriarca di Serbia)
Fonte:
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www.monasterodibose.it
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